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ITALIA OGGI – Gioco illegale, buco miliardario

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Un mostro invisibile, che sottrae risorse alla collettività, all’industria, all’Erario. E’ il business del gioco illegale, la cui dimensione è stimata in un “range” compreso tra gli 8 e gli 11 miliardi (parole e musica del Dg dell’Agenzia delle Dogane, Marcello Minenna) e i 20 ipotizzati dall’Eurispes, di cui “4 o 5 nel settore online”. Un business pazzesco, che ha completamente cambiato pelle dai tempi del “picchetto” alle scommesse o dei “videopoker”, le slot machine che dominavano il mercato prima della legalizzazione del 2003. La medaglia ha due facce: mentre i concessionari legali rispondono a tutta una serie di adempimenti e garanzie volti a tutelare i consumatori, con l’obiettivo di canalizzare la domanda di gioco all’interno di un circuito “protetto”, il settore non regolamentato ha individuato i propri canali di distribuzione. Il “nero” viaggia a cavallo tra negozi di gioco e Internet e sui telefonini, gestito spesso da criminali con base in paradisi fiscali offshore. Sempre meno “negozi” o sedi fisse, questa è la parola d’ordine: tutto deve viaggiare in rete e risultare il più possibile “liquido”. Per sfuggire all’occhio sempre più esperto di Guardia di Finanza e procure (in particolare quelle di Reggio Calabria e Palermo, super attive) il nuovo trucco è aprire dei siti “mordi&fuggi”, senza alcun riferimento ad autorità del gioco o a normative comunitarie, dare mandato per la raccolta a qualche decina di spregiudicati agenti-cassieri sul territorio, incassare i proventi e poi far perdere le proprie tracce. L’alternativa – sempre borderline – è ottenere licenze per il gioco online rilasciate in posti come Curaçao, graziosa isoletta di fronte al Venezuela, nella quale la tassazione per le società di gioco è al 2% degli utili, l’Iva non è dovuta e, soprattutto, una licenza viene offerta su Internet a 30mila euro “all inclusive” nel giro di 30 giorni: dalla nomina dei direttori alla traduzione dei documenti necessari, dall’apertura di un conto bancario alla fornitura dei timbri. Tutto fittizio, normalmente, almeno dal lato delle autorizzazioni di legge e finalizzato a gestire un enorme giro di giocate e vincite, pagate rigorosamente in contanti. Gli strumenti di pagamento come carte di credito e Paypal – ormai disponibili in tutto il mercato legale del gioco online – non sono integrati e poche sono le tutele per il cliente: le pagine del “Chi siamo” o dei “Contatti” dei siti di tutte le realtà offshore sono ovviamente “blank” o con informazioni troppo generiche per poter essere utili agli utenti. La garanzia per il giocatore – in caso di controversia su un’eventuale vincita – è di fatto inesistente, in quanto l’unico riferimento risulta essere la società caraibica titolare della licenza. L’illegalità ha poi anche la modalità self-service: nei bar, è frequente l’installazione di apparecchi telematici – denominati “totem” online – che offrono la navigazione nei siti dei giochi da casinò (in particolare slot machine) e delle scommesse, di fatto portando l’ignaro utente a frequentare offerte che hanno solo le sembianze di quelli legali. Come competere con chi bara? Di certo, si potrebbero migliorare ancora dei prodotti, a partire dalle scommesse – regolate da un decreto del 2006 ormai superato – per finire con i giochi che possono consentire la “liquidità internazionale”, vale a dire il collegamento tra piattaforme di gioco di diversi paesi: ciò renderebbe il betting exchange e il poker più competitivi in termini di offerta anche rispetto ai siti non autorizzati. Una situazione esplosiva, conferma Moreno Marasco, presidente dell’associazione Logico, che rappresenta gli operatori online autorizzati, principali “vittime” della concorrenza sleale. “Durante il lockdown, a fianco alle agenzie legali chiuse c’erano i punti illegali aperti, con i quali pure quotidianamente le agenzie legali hanno a che fare in un contesto di “normalità”.  Per quanto il gioco “retail” illegale sia preoccupante, ha comunque dei limiti. Territoriali, anzitutto. Ciò che è più preoccupante, invece, è la vasta prateria di siti e app illegali, con le quali i concessionari che operano nel gioco a distanza devono combattere, e contro i quali hanno sempre più le armi spuntate. L’unica misura disponibile attualmente a tutela dei consumatori è la “blacklist” dei Monopoli, pur lodevole opera di censimento di circa 9000 siti non autorizzati, la quale tuttavia risulta inefficace per la semplicità con la quale i consumatori, più o meno consapevolmente, la aggirano”. In effetti, la rete è sconfinata e le nuove tecnologie – anche per il mobile – sono sempre più raffinate. Gli operatori illegali online, ad esempio, hanno imparato ad intrufolarsi nelle chat di gruppo per i pronostici sportivi su telegram, whatsapp, snapchat, inviando link a bonus e promozioni offerte da casinò online e bookmaker senza licenza. E pubblicizzano il proprio marchio in rete attraverso i principali motori di ricerca. E se per chi ha concessione statale italiana, la pubblicità è off-limits a causa del decreto Dignità del 2018, chi è all’estero non deve sottostare al blocco. Il risultato è paradossale: digitando “casinò online” su Google, tre dei primi quattro risultati della ricerca sono di sale da gioco virtuali di Curaçao.

 

Articolo di Italia Oggi pubblicato sabato 24 ottobre